
Riflessioni ad alta voce
Cosa avrebbe pensato Valerio Onida della crisi della nostra democrazia?
Antonio D’Andrea*
In che senso possiamo oggi coltivare la “speranza onidiana” affinché le “cose” cambino e si ritorni a guardare con minore preoccupazione alla tenuta delle nostre democrazie occidentali? Non sappiamo se Valerio Onida nutrirebbe le stesse nostre intense preoccupazioni ma certo anche Lui si cruccerebbe moltissimo di fronte al perdurare degli scenari bellici, all’utilizzazione delle nuove, spaventose tecniche della c.d. guerra ibrida, alle sciagurate pulsioni autoritarie di Trump, alla irrisione costante del diritto internazionale, all’oppressione israeliana di Gaza e del popolo palestinese, alla grande difficoltà dell’Unione Europea di interloquire autorevolmente quantomeno all’interno dello scacchiere continentale (per via dell’incapacità di accordarsi degli Stati membri che sono, attraverso i rispettivi Governi, il fondamentale propellente che dovrebbe muovere gli indirizzi comuni anche in tema di “politica estera”), all’avanzata elettorale impietosa di movimenti e partiti di chiara impostazione nazionalista e suprematista (da ultimo consacrata dal voto tedesco in Sassonia e da noi dalla “minaccia” rivolta persino alla destra incarnata da Meloni e Salvini, di Vannacci e della sua forza politica), sono certo tuttavia che riuscirebbe, nonostante tutto ciò, a non avere paura del futuro e non evocherebbe la irreversibilità della catastrofe umanitaria (senza negare quella in atto, si badi) né il superamento dei principi fondanti le democrazie nate, già prima del secondo tragico conflitto mondiale proprio al di là del Pacifico, grazie al costituzionalismo occidentale. E alle nostre obiezioni – quante gliene abbiamo mosse alla sua visione fiduciosa in vista del recupero di qualcosa che a noi sembrava perduto per sempre: quella per esempio che a tanti bimbi di Gaza è stata da sempre negata una condizione umana minimamente accentabile sempre ammesso che siano riusciti a sopravvivere alla ferocia assassina esercitata nei loro confronti nonostante i divieti previsti dalle Carte internazionali che vorremmo rispettate oppure fatte rispettare – richiamerebbe, probabilmente con la calma e la pazienza del “sapiente” indignato per quel che accade ma che si sforza di guardare oltre il contingente, una sola semplice “verità”. Vale a dire che la brutalità della violenza e le diseguaglianze, anche quelle più ingiuste, così come su scala minore i “torti” ingiustamente subiti da ciascuno di noi, sono un fattore ineliminabile della precaria condizione dell’Uomo! Una condizione, da accettare in sé, dunque più fisiologica che patologica se si resta sul mero piano descrittivo di quello che si può osservare, e nella quale non resta altro da fare che sforzarsi di continuare a distinguere il Bene dal Male e a perseguire il primo contro il secondo. Ovviamente già questa distinzione rasenta l’arbitrarietà e tuttavia si può convenzionalmente ritenere le democrazie occidentali, per come si sono evolute rispetto ai regimi autoritari che hanno superato, un esempio della prima specie. Resta in ogni caso una illusione pensare di sfuggire alla precarietà esistenziale sperando che quella degli altri non riguardi direttamente ciascun essere umano vale a dire la persona in quanto tale. Il che sembra produrre una conseguenza logica: ciascuno, per quanto può, pur nelle limitate possibilità di cui dispone, è tenuto prima a riconoscere e poi a difendere le modalità che segnano la linea di confine – che resta netta – tra ciò che è bene per l’essere umano e tutto quanto provoca la sua disumanizzazione. I Governi, anche quelli più perniciosi e votati al perseguimento di obiettivi abietti, sono destinati a passare, gli uomini restano sempre tali, con le loro umane debolezze, le loro fragilità, le loro paure ma anche e fortunatamente le loro risorse. Anche queste contano, non solo quelle materiali ma soprattutto quelle spirituali e naturalmente culturali. Credo perciò che Valerio Onida ci inviterebbe a non allargare troppo, restando sullo scivoloso terreno ideologico, la nostra riflessione sui fatti del mondo se non a rischio di attivare una sciocca presunzione, quella cioè di pensare di avere addirittura nella nostra singola disponibilità la chiave di lettura in grado di risolvere un puzzle che francamente nessuno è in grado di completare correttamente e soprattutto definitivamente. Insomma anche in questo caso la speranza verrebbe ricondotta alla capacità della Comunità umana – certo in primo luogo di chi è chiamata a governarla pro quota – di potersi sempre auto-rigenerare e di fare prevalere alla lunga le ragioni della pacifica convivenza tra uomini, popoli, Stati partendo pur sempre dall’accettazione e dal rispetto dell’altro che è ovviamente diverso dal sé stesso. Nella vicenda umana, non esente da guerre, discriminazioni, lutti e modalità esecrabili di esercizio del potere politico votato al perseguimento del dominio sull’altro, accade, per essere lievi, quello che può succedere in natura al sole che pur nascendo ogni giorno talvolta non splende e non riscalda le genti adeguatamente, per come sarebbe atteso. Ma prima poi “vince” sulle nubi. A patto, per ritornare al superamento della crisi che attanaglia la democrazia occidentale, che qualcuno si incarichi di non fare dimenticare le basi fondanti degli ordinamenti democratici; il che resta il nostro impegno quotidiano e il grande lascito di Valerio Onida che andrebbe salvaguardato e che potrebbe aiutare ad andare avanti sotto questo cielo bigio ma sapendo in anticipo – poi anzi avendo la certezza – che il sole potrà tornare ad essere meno offuscato di quanto sia oggi.
*Professore ordinario di dirtitto costituzionale e pubblico nell’Università degli Studi di Brescia
Nota : questo scritto coglie molto bene il probabile pensiero di Valerio Onida. Il quale avrebbe, penso, anche posto l’accento sull’attuale mancanza di “Statisti con la S maiuscola” (a partire dal nostro Paese, ma penso anche alla Francia e alla Germania), in grado di influenzare positivamente il cammino delle democrazie occidentali, oggi per lo più ferme su litigi di medio o piccolo cabotaggio e incapaci di “volare alto” senza essere ostaggio dei sondaggi elettorali e dei mercati azionari (Marco Onida).