La pagina dedicata ai diritti delle persone in carcere e, in particolare, all’attività dello Sportello giuridico del carcere di Bollate.
a cura di Claudia Pecorella

Sul dramma degli internati in una casa di lavoro, la vicenda di Elia Del Grande

Novembre 9, 2025

Di Roberta Elmi

Sono una volontaria presso la Casa di reclusione con sezione di Casa di lavoro di Castelfranco Emilia dal 2012. Conosco la realtà degli internati di quest’ultima sezione, sconosciuta ai più e di cui si parla pochissimo.
Mi ci sono voluti anni per capire cosa fosse la Casa di lavoro, anni in cui ho seguito storie, ho condiviso drammi, ne ho compreso i meccanismi spesso impietosi che hanno portato anche al suicidio di alcuni o alla rassegnazione a una situazione che non trovava sbocchi di altri. Ho conosciuto una persona nel 2012 che non ha più commesso reati e la trovo ancora lì, senza parlare di quelli che vedo da 5,6 o 7 anni.
Ho avuto la fortuna di incontrare 10 anni fa il Cardinale Zuppi, uno dei pochissimi che ha capito la situazione e che mi ha sostenuto in qualsiasi iniziativa potesse aiutare a far conoscere questa realtà. Proprio la sua disponibilità a parlare del problema mi ha aperto le porte del Dipartimento di Giurisprudenza, in particolare del CRID, che ha organizzato nel 2020 una tavola rotonda sul tema a cui ha partecipato il Professor Onida ed altri giuristi. Sono stati pubblicati gli atti : “Misure di sicurezza e vulnerabilità: la “detenzione” in Casa di lavoro”.
Per la prima volta ho sentito parlare delle misure di sicurezza detentive come di “un rudere giuridico da cancellare”. Ovviamente la mia speranza che qualcosa potesse succedere è stata vanificata dalla chiusura politica sul tema sia da sinistra che da destra.
Quando ho iniziato a sentire in televisione la storia di Elia per prima cosa mi sono chiesta del perché di tanto clamore. Molto spesso degli internati ” si allontanano volontariamente” (perché è così che si dice e non evasione), ma non vanno in televisione e non suscitano scalpore.
Quasi tutti vengono ripresi, quando non si ripresentano volontariamente e, purtroppo per loro, ricominciano da capo la misura detentiva senza contare gli eventuali mesi o anni già scontati. La stessa cosa vale se, nel periodo di prova finale esterno, non ottemperano alle rigide regole imposte per le misure di sicurezza ( firma ecc…), si ricomincia da capo…Ecco la ragione per cui per molti la misura diventa lunghissima pur non avendo commesso atti perseguibili penalmente.
Tornando alla lettera, quello che dice Elia corrisponde, purtroppo, al vero quando parla di internati imbottiti di psicofarmaci ma io aggiungerei anche tossicodipendenti “curati” a metadone e extracomunitari senza permesso di soggiorno che hanno davanti una misura molto lunga dato che, non avendo permesso di soggiorno, mai troveranno un lavoro e una residenza all’esterno condizioni imprescindibili per la “cessata pericolosità sociale” che li renderebbe liberi.
Gli internati vivono fin dall’inizio l’incubo della “proroga” della misura. Le condizioni per trovare un lavoro e una residenza dopo anni di carcere si fanno sempre più difficili anche per chi non ha problemi psichiatrici. Ogni volta che incontrano il Magistrato e non hanno questi requisiti la misura si allunga di mesi e di anni.

La struttura non offre percorsi formativi tali da dare loro gli strumenti per ricominciare un lavoro all’esterno, per di più nessuno o quasi proviene dall’Emilia Romagna, alcuni hanno perso la residenza e c’è un rimpallo di assunzione di responsabilità dei diversi servizi sociali dei territori di provenienza. Molti non sono più giovanissimi ( ne ho incontrati anche di ottant’anni e dai cinquanta in su è quasi la norma) e trovare un lavoro come ex detenuti è quasi impossibile.
Elia afferma che gli internati, pur essendo sottoposti allo stesso ordinamento penitenziario dei detenuti perdono tutti i benefici previsti per loro. Purtroppo è vero perché, per il fatto di essere in misura di sicurezza e privati della libertà, prevede che li perdano. Sono in un limbo .
Tutto questo porta ad una atmosfera di depressione e alla consapevolezza degli internati di trovarsi in una trappola da cui non vedono la possibilità di uscire.
Chiedete loro cosa sceglierebbero fra un anno di misura di sicurezza e due anni di carcere. Non esiterebbero a scegliere il carcere da cui si esce e nessuno si preoccupa di chiedere se hai una casa, un lavoro o una famiglia. Per un internato fine misura….forse!
Nell’articolo sdegnato di Repubblica, si difende la struttura di Castelfranco definendola un gioiello. In effetti lo è : c’è un’azienda agricola (non per molti), c’è una sezione di Istituto Agrario, c’è un call center, ci sono corsi. Per i pochi detenuti, circa 50, c’è anche una nuovissima sezione di celle appena inaugurata che viene presentata ai visitatori i quali, dopo avere attraversato un bel giardino interno, non possono che uscire meravigliati. Per i detenuti è senz’altro una sistemazione ideale ( rimane sempre un carcere…) in attesa del fine pena sicuro.
Ma…al secondo piano, c’è anche una sezione che i visitatori non vedono. La sezione internati a cui non interessa se sono nel carcere “ fiore all’occhiello” dell’Emilia Romagna.
Non è certamente colpa dell’Amministrazione del carcere di Castelfranco se esiste la legge che prevede le misure di sicurezza detentive con tutte le problematiche che comportano, quindi chi si inalbera sdegnato dovrebbe riuscire a capire che si parla di una misura di sicurezza che gli internati ritengono ingiusta e non della struttura bella o brutta che sia.

 

Lettera di Elia del Grande

«Il mio gesto è dovuto alla totale inadeguatezza che ancora incredibilmente sopravvive in certi istituti, come le case lavoro, che dovrebbero tendere a ri-socializzare e reinserire con il lavoro, per l’appunto cosa che non esiste affatto, le case lavoro di oggi sono in realtà i vecchi OPG (gli ospedali psichiatrici giudiziari ndr) dismessi nel 2015 grazie una legge stimolata da
qualcuno che ha voluto aprire gli occhi su quello scempio che era ancora in essere, cosa che non è accaduto per le case al lavoro che in realtà sono recipiente di coloro che hanno problemi psichiatrici e che non hanno posto nelle Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza ndr)».  «Mi sono trovato ad avere a che fare ogni giorno con gente con serie patologie psichiatriche, la terapia chiaramente psicofarmaco, viene data in dosi massicce a chiunque senza problemi. L’attività lavorativa esistente è identica a quella dei regimi carcerari. Le case di lavoro oggi sono delle carceri effettive in piena regola con sbarre cancelli e polizia penitenziaria, orari cadenziati, regole e doveri. Con la piccola differenza che chi è sottoposto alla casa di lavoro non è un detenuto, bensì un internato, ovvero né detenuto né Libero, nessuna liberazione anticipata, nessun rapporto disciplinare, ma solo proroghe da sei mesi in su che servirebbero, in teoria e non in pratica, a riabituare il sottoposto a misura di sicurezza al tessuto sociale esterno contenendolo e dandogli opportunità lavorativa, quest’ultima attualmente è negata se non solo con turnazioni identiche a quelle carcerarie».
«Avevo ripreso in mano la mia vita, ottenendo con sacrificio un ottimo lavoro dando tutto me stesso in quel lavoro che oggi mi hanno fatto perdere senza il minimo scrupolo, mi riferisco alla magistratura di sorveglianza, avevo ritrovato una compagna un equilibrio i pranzi le cene il pagare le bollette le regole della società, tutto questo svanito nel nulla per la decisione di un magistrato di Sorveglianza, che mi ha nuovamente rinchiuso facendomi fare almeno mille passi indietro riproponendomi soltanto la realtà repressiva carceraria, anzi quella delle case lavoro è ben peggio, ci sono persone all’interno che sono entrate per sei mesi e avendo
l’unica colpa di non avere una dimora e una famiglia, si trovano internate da 4/5 anni, in un Paese civile e al passo con le regole europee, questo non dovrebbe più esistere, difatti l’Italia è l’unico paese in tutta Europa che adotta le misure di sicurezza».

«Ci tengo a precisare che io da questo paese sono stato condannato ad anni 30 di reclusione, effettivamente ne ho scontati 26 e 4 mesi e non sono stato condannato a galera in più, e invece grazie a questo articolo di legge risalente a Mussolini ancora in essere dal nostro codice penale mi sono ritrovato nuovamente peggio di un detenuto. Mi sono visto crollare il mondo addosso, ho visto perdere tutto ho visto non considerato il mio impegno lavorativo, ho visto non considerato il mio percorso di reinserimento durato due anni e mezzo dall’atto del mio ritorno in libertà, oggi tutte le cronache mi definiscono come il serial killer, il pazzo assassino che è sfuggito senza la minima remora e controllo, additandomi di tutte le cose del passato senza informarsi prima su cosa ho fatto da quando sono stato scarcerato il 16 luglio 2023, questo e molto altro mi hanno spinto a provare il tutto per tutto pur di uscire da quella situazione alla quale non riuscivo assolutamente ad abituarmi e a prenderne consapevolezza nonostante tutti i carceri che io abbia girato». «Il disagio che ho visto lì dentro credo di non averlo mai conosciuto e sono scappato anzi, mi sono allontanato, apprezzo VareseNews che è l’unica testata giornalistica che ha messo in evidenza che non è un evasione e che non vi è una realtà penale perseguibile ma che è solo un semplice allontanamento ma probabilmente, pago ancora fortemente lo scotto del mio nome e di ciò che ho commesso, mi ritengo amareggiato perché vorrà  dire che qualsiasi pena uno possa pagare in questo Paese, comunque tu rimarrai sempre la persona responsabile del gesto commesso».

 

Di seguito, l’articolo pubblicato da Repubblica il 7 novembre 2025

 

 

 

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