
Riflessioni ad alta voce
Europeismo non è atlantismo. La democrazia sociale europea alla prova del trumpismo
Antonio D’Andrea*
La storia istituzionale dell’europeismo non solo non coincide e non va confusa con l’atlantismo ma può essere anche considerata una vicenda peculiare come in effetti è l’Unione europea (quella di oggi che non è più quella dell’avvio dell’esperienza comunitaria e che neppure in verità come evolverà o se regredirà) rispetto all’edificazione di uno Stato autenticamente federale come sono stati sin dalla fine del Settecento (transitando da una Confederazione) gli USA. Ovviamente nessuno disconosce la decisiva impronta dell’ordinamento statunitense, con la sua paradigmatica Costituzione del 1787, per l’avvio del costituzionalismo occidentale che tuttavia si giova di altre egualmente fondamentali “versioni” di quella dottrina ideologica e istituzionale (il precoce parlamentarismo britannico e la stessa Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo, a seguito della Rivoluzione che abbatte l’assolutismo regio). Così come è superfluo ricordare le vicende, tutte nate nel nostro Continente, che travolsero, il già faticoso affermarsi, specie in alcune realtà statuali come la nostra, del processo di democratizzazione in chiave ordinamentale delle istituzioni politiche. Come pure nessuno dimentica l’apporto, militare ed economico statunitense alla liberazione di buona parte del nostro Continente dal nazi-fascismo e l’impegno di quella grande potenza occidentale (la più grande) a costruire ambiziosamente, dopo il secondo conflitto mondiale, un assetto internazionale che potesse preservare la pace tra gli Stati che continuavano a mantenere anche in Europa ordinamenti ispirati a principi non in linea con il costituzionalismo classico, il c.d. modello socialista. In ogni caso l’ONU e la stessa Nato si possono iscrivere a opzioni riconducibili a scelte promosse e sostenute in modo decisivo proprio dagli Stati Uniti.
Ciò non toglie che proprio nell’Europa del secondo dopoguerra abbia progressivamente preso forma un modello di democrazia costituzionale con caratteristiche diverse da quello statunitense. Le Costituzioni europee – e quella italiana in modo particolarmente evidente – non si limitano infatti a garantire le libertà individuali e a proteggere il cittadino dalle interferenze del potere pubblico, ma assegnano alle istituzioni il compito di intervenire sulle condizioni economiche e sociali che impediscono il concreto esercizio di quelle libertà. È la logica della democrazia sociale, così chiaramente espressa dall’art. 3, secondo comma, della nostra Costituzione: il mercato e l’iniziativa economica restano spazi di libertà, ma non vengono sottratti alla necessità di contemperarli con l’eguaglianza sostanziale, la solidarietà e la tutela dei diritti sociali. Anche la costruzione europea, nata anzitutto sul terreno economico, ha finito del resto per incorporare progressivamente questa impostazione.
È precisamente rispetto a tale modello che il trumpismo appare oggi come l’espressione più grezza ed esasperata di una diversa visione del rapporto tra istituzioni politiche e consociati. Non tanto, o non soltanto, perché riproponga una concezione più ampia della libertà economica – lo stesso protezionismo trumpiano impedirebbe una lettura così semplice – quanto perché tende a subordinare regole, limiti e controlli alla immediata affermazione dell’interesse nazionale e della volontà politica di chi governa.
Ed è proprio l’uso persino brutale della forza coercitiva di “corpi speciali” di forze dell’ordine dipendenti dall’Amministrazione federale nei confronti di persone inermi che, al più, si limitavano ad esprimere il loro dissenso verso politiche governative (nel campo dei diritti degli immigrati) l’aspetto che risulta maggiormente urticante per l’Europa della Convenzione dei diritti, della Carta di Nizza, dei Trattati così come si sono evoluti da Roma a Lisbona e oltre.
Anche nel nostro Continente, tuttavia, il crescente disagio sociale, al quale gli Stati faticano a rispondere anche per la scarsità delle risorse disponibili e per la difficoltà di governare fenomeni economici sempre più sovranazionali, viene spesso indirizzato verso risposte identitarie. Il problema sociale si trasforma così nel problema dello straniero e dell’immigrato; alla difficoltà di assicurare integrazione e redistribuzione si risponde con politiche discriminatorie, talvolta apertamente razziste, mentre ritorna la pretesa di affidarsi a governi “forti”, espressione di un rinnovato nazionalismo e insofferenti verso quei controlli – giudiziari, costituzionali ed europei – che vengono rappresentati come indebiti ostacoli alla volontà della maggioranza. È anche in questo senso che il fenomeno trumpiano parla direttamente all’Europa: nella pretesa che l’investitura politica possa giustificare un esercizio del potere sempre meno condizionato dai suoi limiti.
La stessa impostazione si riflette ormai sul piano internazionale. Gli Stati Uniti sembrano sempre più disposti a ridimensionare il valore delle istituzioni multilaterali e delle regole del diritto internazionale ogniqualvolta esse siano percepite come incompatibili con la difesa immediata dell’interesse nazionale, economico e strategico. La questione non è naturalmente negare che ogni grande potenza persegua i propri interessi, ma chiedersi fino a che punto questi possano prevalere sulle regole costruite proprio per contenere il ricorso unilaterale alla forza e governare i conflitti. E, ovviamente, se anche questa seconda versione del trumpismo potrà essere ridimensionata nella sua pretesa onnivora dalle cautele procedurali pure ivi previste (non si dimentichi che accanto alla Federazione esistono gli Stati membri con le loro insopprimibili attribuzioni) e della stessa limitazione del potere di governo che a livello federale deve pur sempre fare i conti con il Congresso e il controllo esplicato dalla Corte suprema.
Anche da questo punto di vista la guerra russo-ucraina rende visibile una differenza. Per l’Europa, in particolare per l’Unione, essa continua a coinvolgere, almeno nelle premesse, la difesa dell’integrità territoriale di uno Stato aggredito e di principi fondamentali dell’ordine internazionale; la più recente mediazione americana sembra invece muoversi con maggiore evidenza sul terreno di una composizione fondata sui rapporti di forza e sulla valutazione degli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti, a tacere del fatto che sino alla fine degli anni Novanta ad est del nostro Continente si era affermata una forma di Stato – il c.d. Stato socialista – crollato anche a seguito di rivendicazioni di autonomia che hanno sottratto non solo un’area di influenza politica all’U.R.S.S., ma affermato la distanza ordinamentale di molti di quegli Stati, a cominciare dalle repubbliche baltiche via via sino all’Ucraina.
È dunque proprio oggi che distinguere europeismo e atlantismo diventa necessario. Il secondo esprime una alleanza politica, militare e strategica che ha avuto e continua ad avere un’importanza decisiva per l’Europa. Il primo richiama però qualcosa di diverso e di più ambizioso: la costruzione, ancora incompiuta e certamente reversibile, di un ordinamento nel quale la libertà economica incontri la solidarietà, come pure una limitazione esplicita della sovranità nazionale e persino, come è noto, una cedevolezza delle norme interne agli Stati in favore di regole comuni da applicare prioritariamente da parte dei giudici nazionali che sono contestualmente giudici europei. La vera domanda è se l’Europa disponga ancora della forza politica e sociale necessaria per difendere questa propria specificità dall’urto del nuovo nazionalismo.
*Professore ordinario di dirtitto costituzionale e pubblico nell’Università degli Studi di Brescia