
Riflessioni ad alta voce
La Magnifica Humanitas: una bussola per legislatori, corpi intermedi e società civile
di Nadia Maccabiani*
Viviamo una realtà estremamente stratificata, disordinata, di non facile decifrazione, dove la misurabilità e prevedibilità del rischio è diventata imprevedibile incertezza. È l’epoca del “post-” (post-democrazia, post-verità, post-modernità, post-umanesimo), e della conseguente crisi di categorie concettuali un tempo consolidate. È così che anche l’ordine posto dalle regole giuridiche è andato incrinandosi, senz’altro sul piano internazionale, ma anche nazionale. A fronte di tale complessità, l’Enciclica Magnifica Humanitas propone «un cammino di discernimento comunitario» (par. 27), volto a leggere in profondità la realtà (par. 20). Il testo è pertanto denso, pregnante di significato, induce alla riflessione, ed evidenzia l’intenzione di fornire una bussola per l’orientamento nella nebbia dei “tempi moderni”. È così che, pur ponendo il focus sull’intelligenza artificiale, l’Enciclica svolge un’analisi di ampio respiro che offre utili spunti anche al giurista, su tematiche rispetto alle quali la barra oscilla, in quanto inevitabilmente mossa e sollecitata da “venti” che provengono da discipline esterne allo strettamente giuridico: l’etica, la teologia, l’economia, l’informatica, le scienze cognitive, per citarne alcune, ai cui insegnamenti la stessa Chiesa attinge (parr. 25 ss.).
Ma andiamo per gradi, prendendo le mosse dal focus sull’intelligenza artificiale (IA), sul quale l’informazione mediatica ha per lo più posto l’accento. L’IA fa parte delle «res novae del nostro tempo» (par. 4), dichiara il Pontefice, come a suo tempo la “questione operaia”, affrontata nella Rerum Novarum di Papa Leone XIII, o la crisi ecologica, al centro della Laudato sì di Papa Francesco.
Se quest’ultima ha denunciato il c.d. paradigma tecnocratico, la Magnifica Humanitas ne coglie l’eredità, portando avanti la tematica alla luce dell’evoluzione tecnologica e dei sistemi di IA. Il paradigma tecnocratico, seguendo l’impostazione della Laudato sì, congloba conoscenza e potere economico, comportando «un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero», mai realizzato in precedenza (par. 104). È un dominio che si fonda su tecnologie non neutre, in quanto «creano una trama che finisce per condizionare gli stili di vita e orientano le possibilità sociali nella direzione degli interessi di determinati gruppi di potere. Certe scelte che sembrano puramente strumentali, in realtà sono scelte attinenti al tipo di vita sociale che si intende sviluppare» (par. 107). Il paradigma tecnocratico ha quindi una portata che trascende lo strettamente tecnico ed economico, per riflettersi sulla società tutta, incrinandone i fondamenti, secondo percorsi che la Magnifica Humanitas non si esime dal far emergere ed analizzare: sono sfide che da tempo interrogano ed occupano gli stessi giuristi.
In primo luogo, la svalutazione della persona e della sua dignità, dovuta a «nuove forme di disumanizzazione» (par. 15). Nello specifico, ed in estrema sintesi: nuove dinamiche di mercato, fondate sull’economia digitale dell’attenzione che comporta la mercificazione della persona (parr. 170, 171); nuove dinamiche lavorative, con rinnovate schiavitù (parr. 173-174); nuovi scenari di guerra, dove il conflitto si spersonalizza, le vittime sono ridotte a dati e – per conseguenza – si abbassa la soglia del ricorso alla violenza (parr. 197 ss.).
Si sacrifica la dignità umana alle esigenze di efficienza, ottimizzazione, utile, profitto. La dignità è offuscata da nuove ideologie o interessi molto potenti, secondo i quali ogni persona deve «guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti… la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile» (par. 51). Si dimentica quindi che la dignità della persona è «ontologica… appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere» (par. 52), «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata» (par. 53), non dipende «dalle capacità che [la persona] possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede» (par. 50), neppure «dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone» (par. 51). La svalutazione della dignità umana è altresì germe su cui si innestano narrazioni che puntano al superamento dei limiti dell’umano, con il transumanesimo e postumanesimo come correnti di pensiero (parr. 115-117).
Simili attacchi al valore dell’uomo, comportano l’erosione delle «verità universalmente valide che ci precedono» (par. 133) e quindi dei «diritti umani [che] non sono un’aggiunta esterna alla persona, ma una traduzione storica della sua dignità intrinseca» (par. 54), e, in quanto tali, sono inviolabili, universali e inalienabili, per come proclamati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 (parr. 54-55). Si tratta, nella sostanza, di minacce all’universalismo e al conseguente «umano comune» che il prof. Valerio Onida qualificava come cuore del costituzionalismo moderno.
In secondo luogo, l’Enciclica, pone l’accento su un aspetto che il costituzionalismo “lega” alla tutela della dignità umana: le modalità di esercizio del potere. Nello specifico, si sofferma sul cattivo uso o abuso del potere che si realizza quando «la politica non risponde ai drammi dell’umanità… l’economia si volge contro la persona o la scienza oltrepassa i limiti del suo metodo» (par. 27). Denuncia le situazioni di squilibrio, sia tra Paesi che all’interno di uno stesso Paese (par. 161); il propagarsi della «cultura della potenza» (par. 185); della «grammatica dei conflitti» (par. 183); del «diritto del più forte» (par. 202). Denuncia quindi le dinamiche mediatiche e digitali, gli ambienti algoritmici che favoriscono «polarizzazione e risentimento», facendo leva sulla disinformazione (par. 192). La sfida è complessa, e L’Enciclica ne dà atto, sottolineando come il potere sia sfuggito alla capacità regolatoria degli Stati, avendo assunto portata transnazionale ed essendo dotato «di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi», seppure concentrato nelle mani di pochi (par. 5).
Anche qui, il Pontefice intercetta un tema di grande momento per il costituzionalismo contemporaneo, al punto che parte della dottrina è giunta a coniare il termine di “costituzionalismo digitale”. La radice di tale impostazione mira all’estensione al potere (digitale) privato di alcune salvaguardie in origine concepite nei confronti del potere pubblico, imponendo requisiti procedurali, di trasparenza e accountability: questo, in estrema sintesi, il “canovaccio” seguito dal legislatore europeo negli ultimi anni.
A fronte di tale complesso e rischioso scenario, si staglia l’inadeguatezza di una politica nazionale ripiegata su sé stessa, priva di «una visione di lungo periodo», ridotta a «a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni», con conseguente perdita di credibilità davanti a disuguaglianze e fratture sociali incrementali (par. 63). Ma inadeguato è anche l’ordine internazionale, fiaccato e annichilito dalla corsa al riarmo (par. 190), dal diritto del più forte (par. 202), dall’imporsi della logica dell’equilibrio armato e della deterrenza (par. 204) nonché dall’incapacità di reagire davanti alla prevalente convenienza di singoli Stati (par. 207). Il Pontefice eleva quindi un appello “istituzionale”, rivolto al duplice livello: nazionale e internazionale.
Per il livello nazionale, avanza richiesta di maggiore «creatività politica» (par. 168), per proteggere le nuove sacche di vulnerabilità e diseguaglianza, in quanto «allo Stato spetta il compito di garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile, così che il bene comune possa essere realmente perseguito con il contributo di tutti. Questo significa, in concreto, che il potere pubblico ha il compito delicato di “armonizzare con giustizia” i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli» (par. 63).
Per il livello internazionale, Papa Leone propone la ricerca di «forme di cooperazione e di istituzioni internazionali più efficaci, capaci di custodire il bene comune globale senza annullare la legittima pluralità dei popoli e degli Stati» (par. 64), con conseguente ripresa di dialogo, rapporti diplomatici e multilateralismo (par. 224), rimediando altresì all’attuale debolezza dell’ONU, attraverso «riforme profonde» (par. 226).
Se le minacce e sfide sono di tal portata, non è certo sufficiente, come sottolinea il Santo Padre, limitarsi a qualificare se un uso del sistema di IA sia buono o cattivo (secondo l’indirizzo seguito dall’UE, ad esempio). Si impone, semmai e preliminarmente, la comprensione di «quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano» (par. 104). Del resto e similmente, lo stesso Presidente Mattarella aveva evidenziato la posta in gioco: il rischio è che l’etica dell’IA finisca per ridursi all’etica di coloro che la governano (cfr. dichiarazioni del Presidente ad Astana, 29 settembre 2025). Si impone, quindi, un’opera di discernimento (termine ripetuto ben ventiquattro volte, e anche oltre, se si aggiunge il verbo discernere), che senz’altro richiede tempo, riflessione, confronto aperto e plurale, quindi condiviso con altre scienze ed esperienze (par. 27).
Il Pontefice lancia nuovamente un appello a Stati, organizzazioni internazionali, comunità e corpi intermedi, per una «responsabilità condivisa» finalizzata a governare con lungimiranza questi processi (par. 181), avendo riguardo a quale idea di società si intende portare avanti, se volta ad assecondare il paradigma tecnocratico o di altro tipo. Ma proprio perché il cammino di discernimento, per essere tale, richiede tempi adeguati, il Pontefice fa altresì proprio un ammonimento (che parte dello stesso potere tecnocratico fa mostra di voler condividere, tra cui il co-fondatore di Anthropic, Christopher Olah, relatore alla presentazione dell’Enciclica): per «un rallentamento nell’adozione dell’IA», da intendere non come contrarietà al progresso ma come volontà di «esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti. Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo» (par. 106).
L’Enciclica va però oltre: non si limita all’analisi dei segni dei tempi, delle res novae e degli implicati rischi; lucidamente indica una metodologia, rispetto all’obiettivo di recupero della tutela e promozione della dignità umana (lo «sviluppo umano integrale»), oltre che di un potere pubblico giusto, solidale, sussidiario e finalizzato al bene comune (cap. II).
La parola chiave di questa metodologia si riassume in un verbo, spesso richiamato dal Pontefice nei Suoi interventi: «disarmare» (par. 110). Disarmare l’IA, ma più in generale il potere tecnocratico laddove contribuisce ad “armare” quella che potremmo definire una duplice irrazionalità. Una irrazionalità “di primo livello” e di fondo, relativa all’ecosistema della comunicazione (parr. 135 ss.); ed una irrazionalità di “secondo livello”, conseguenza della prima, che si traduce in un dominio, altrettanto irrazionale, in quanto concentrato nelle mani di pochi, ed esercitato su più livelli (sul singolo, ma anche nel contesto istituzionale, parr. 92 ss.).
Andando per gradi, cogliamo anzitutto le radici di quella che abbiamo chiamato irrazionalità di fondo, che oscura il «discernimento comune», necessario per poter regolamentare con lungimiranza le res novae. Questa irrazionalità di fondo si ha quando «La politica ricorre con facilità alla disinformazione, alla ridicolizzazione dell’avversario e alla costruzione sistematica di paure e risentimenti. Così la diversità dell’altro è sempre più vissuta come minaccia, alimentando desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche, abusi di potere e paura della differenza, e preparando un terreno nel quale nuovi conflitti possono maturare quasi senza che ce ne accorgiamo» (par. 206). Su tale base agiscono «le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli algoritmi che premiano lo scontro [e che] possono amplificare polarizzazione e risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento comune. Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico, disinformazione e paura» (par. 192). È questa la disorientante «tempesta di disinformazione», paventata dallo stesso Capo di Stato, e concepita quale minaccia alla fiducia verso le istituzioni e tra i Paesi (cfr. Dichiarazione in occasione della visita ufficiale nella Repubblica di Moldavia, 18 giugno 2024, e all’ONU, il 6 maggio 2024). Del resto, già Papa Francesco, nell’Enciclica Laudato sì, aveva parlato di «inquinamento mentale», che fa da ostacolo all’emergere della «vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, [che] non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere» (par. 47).
Questa irrazionalità di fondo, che incrina le potenzialità del dialogo e alimenta logiche divisive, fa leva su un’ulteriore “arma”: la cultura del dominio, che annichilisce dignità umana e uguaglianza, anche tra Paesi. Da un lato, il dominio cognitivo sul singolo, generato dalla cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, dal messaggio semplificato, distorto, volto a sfruttare fragilità e indebolire la libertà. Di questo si alimentano «piccoli gruppi molto influenti» (par. 108) che posseggono i dati dei molti, per finalità di profilazione volte a creare dipendenze, attraverso l’economia digitale dell’attenzione, oltre che controllo sociale (par. 171). Ma l’influenza sul singolo si ripercuote su altri e più alti livelli: tali potenti gruppi tecnocratici, grazie ai dati che detengono, «possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli» (par. 108). Simile contesto è funzionale a propaganda e totalitarismi, come ricorda il Pontefice, citando Hannah Arendt (par. 134), con conseguente indebolimento della democrazia e, con essa, del metodo della pace, del negoziato, dell’incontro, della convergenza, secondo l’insegnamento di Giorgio La Pira (par. 221).
Rispetto alle richiamate irrazionalità di primo e secondo livello, il Pontefice suggerisce il metodo per il loro “disarmo”, e con ciò assegna, nella sostanza, un compito al diritto. Da un lato, i dati devono essere gestiti «come uno dei beni comuni o collettivi», in quanto «sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi» (par. 108). La proprietà dei dati va quindi regolamentata. Dall’altro lato, vanno meglio disciplinate, con «regole giuste e tutele efficaci» le scelte che riguardano il «governo dei dati e degli algoritmi», consentendo a comunità locali, corpi intermedi, scuole, università, realtà ecclesiali e associative di avere voce in capitolo (par. 72). Si tratta, in definitiva, di rendere più effettiva la tutela della libertà, dell’auto-determinazione che, nell’era digitale, «non è soltanto un fatto interiore: è anche questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinchè la tecnica resti al servizio della persona e non diventi forma di dominio delle coscienze» (par. 171). Si tratta poi di interrompere «la stretta connessione tra interessi economici, apparati militari e decisioni politiche [che] genera una “nazione armata”, in cui la guerra appare quasi come la prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche» (par. 193), affinché nelle relazioni internazionali possa tornare il dialogo come «strumento insostituibile della diplomazia per prevenire conflitti e ricucire legami di fiducia. Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche impulsive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo» (par. 224).
In definitiva, tra l’edificare una moderna Babele, governata dalla cultura della potenza tipica del paradigma tecnocratico globalizzato (par. 185) che oblitera la dignità umana, oppure, seguire l’esempio di Neemia, attraverso la cooperazione per custodire «l’umano e il bene comune» (parr. 8 e 185), la bussola del Pontefice rende chiara la direzione da prendere. In un periodo di caos e disorientamento totale, in un periodo in cui le categorie giuridiche vacillano lasciando spazio al dominio della potenza tecnocratica, in un periodo di “privatizzazione” di funzioni un tempo assolte dallo Stato, l’appello dell’Enciclica depone per un recupero – in termini di efficacia ed effettività – delle tutele pubblicistiche, in cooperazione multilivello tra normativa nazionale, sovranazionale ed internazionale (par. 72). Il Pontefice è, ancora una volta, tranciante: «Per il nostro tempo, segnato da nuove forme di potere globale e da disuguaglianze crescenti, rimangono particolarmente significativi tre orientamenti: l’esigenza che il diritto preceda l’interesse, la consapevolezza che le disparità economiche sono terreno fertile per tensioni e violenze, e il valore di un tessuto associativo capace di mediare tra individuo e Stato» (par. 32).
Tale appello risulta tanto più significativo, in un momento in cui l’Unione Europea, paladina dell’approccio antropocentrico al digitale, accusa il colpo, sotto la pressione della deregolamentazione promossa dagli Stati Uniti e della conseguente competizione nei mercati internazionali. Un’invocazione, quella del Pontefice, che sollecita a tenere la barra dritta, all’insegna della dignità umana, della solidarietà, sussidiarietà e dell’equilibrio tra poteri, insomma una società volta a “disarmare” il paradigma tecnocratico.
*Professoressa Associata di diritto costituzionale e pubblico, Università di Brescia