
Post del Comitato Direttivo
L’urlo dal basso questa volta si è sentito
Il sollievo per la cessazione dei bombardamenti e dell’embargo degli aiuti umanitari indirizzati nella striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato ben più che una bellissima notizia. Si è trattato di un fatto rilevante nello scenario geopolitico che ha dimostrato come le armi possono cessare di funzionare e smettere di uccidere impunemente persone innocenti e inermi e, nel caso di chi si trovava ancora seduto sulle macerie di Gaza senza sapere dove andare, senza alcuna concreta speranza di sopravvivere oltre. È innegabile che tale tregua sia stata raggiunta sostanzialmente per volontà del Presidente Trump, rafforzata senz’altro da alcuni Paesi arabi di quell’area (primi tra tutti il Qatar e l’Egitto) che sono riusciti a convincere – o diciamo pure a costringere – il Governo israeliano e, se si vuole, l’ala meno oltranzista di Hamas, che non si sa bene come controllerebbe militarmente almeno il dedalo dei “cunicoli” presenti in quell’area martoriata (e che comunque deteneva in ostaggio, vivi o morti che fossero, cittadini israeliani sequestrati in occasione del brutale massacro del 7 ottobre di due anni fa), a trovare alcuni punti di accordo per rendere possibile la cessazione dei bombardamenti, la restituzione degli ostaggi israeliani, l’arrivo di cibo e medicinali per la popolazione sotto assedio. Quel che servirà perché a Gaza e in Cisgiordania si affermi davvero la pace e si consenta perciò la nascita di uno Stato palestinese in Medio Oriente, non è stato al momento definito nelle sue premesse dall’accordo di Sharm el-Sheikh e dipenderà, in primo luogo, dalla volontà di Israele di andare in questa auspicabile direzione del tutto osteggiata dall’attuale Governo in carica.
Si può, tuttavia, ricordare che non mancherebbero strumenti di pressione da parte della Comunità internazionale, genericamente intesa se non si vogliono utilizzare le sedi preposte che pure ci sono (e che per quanto possono fanno e hanno fatto anche in questa circostanza: tutti hanno visto il deserto al quale ha parlato Netanyahu all’Assemblea ONU), in grado di “aiutare” Israele a compiere questo passo decisivo che gioverebbe – si può presumere – a sottrarre motivi di discussione a chi alimenta attualmente con argomenti difficilmente confutabili che non investono certo lo sterminio degli ebrei perseguito dal nazismo, un diffuso sentimento antisraeliano. E siamo convinti che non tutto dipenderà dalla volontà e dalla capacità del Governo americano, Trump o non Trump che sia a guidarlo, di muoversi a sua volta in questa direzione nei confronti del suo storico alleato. Come già in quest’ultima circostanza la determinazione di Trump di spingere, infine, Netanyahu alla tregua è stata certamente sostenuta, e forse persino indotta, da una vera e propria ondata di indignazione che ha attraversato in primo luogo il mondo occidentale, a cominciare dal vecchio continente, più che non il mondo arabo. Un’indignazione autentica, persino a-ideologica, rispetto alle complesse questioni politiche sul tappeto, mossa piuttosto dalla volontà di ribellarsi ad un sopruso mortale, e immorale, di chi sparava su persone inermi e neppure votati al sacrificio per un farneticante convincimento religioso, che è diventata un’ondata impetuosa. Questa volta più degli Stati e dello stesso balbettio degli organi comunitari hanno “scelto” i popoli europei da che parte stare. Si conferma, dunque, che dal basso, con determinazione e coraggio, si può cambiare in meglio la politica incistata nelle sue logiche e nelle sue stesse preoccupazioni. “Free Palestine!” si è sentito forte e chiaro proprio in Europa e ha contagiato il mondo.