
Post del Comitato Direttivo
Quel che Trump dimentica a proposito dell’Unione Europea
Se per evitare di avere leader “deboli” occorre mettersi nelle condizioni, intanto istituzionali, affinché si abbia la speranza di averne “forti” come Trump e Putin crediamo sia molto meglio correre il “rischio” di tenerceli così come li abbiamo negli Stati europei a partire dal nostro (i quali, a voler ben vedere, non sembrano così “derelitti” quanto a capacità di realizzare i loro propositi di governo sia nei loro Paesi sia nella stessa Unione Europea di cui fanno parte). A prescindere francamente dalla declinazione della forza istituzionale del Presidente degli Stati Uniti – in realtà bilanciabile con vari contrappesi che sono in grado di attivarsi e che potrebbero sempre condurre alla sua attenuazione, come è sperabile che accada prima possibile – rispetto a quella utilizzabile dal suo omologo issato a capo della Federazione russa (che è stato a sua volta investito del suo quinto mandato consecutivo che si concluderà, salvo ulteriore prolungamento, nel 2030), appare tuttavia inquietante l’approccio poco meditato che proprio Trump dimostra nell’uso prima ancora che delle sue attribuzioni costituzionali, di estemporanee, cangianti e spesso sballate esternazioni pubbliche. Infatti, proprio partendo dal non assimilabile contesto ordinamentale tra Stati Uniti (esempio paradigmatico di ordinamento geneticamente votato a “esportare” i caratteri fondativi della democrazia liberale oltre che storico alleato, anche sul piano della difesa militare, degli Stati europei) e la Russia (Paese che viceversa, nella sua storia anche pregressa, non è mai entrata nell’orbita del costituzionalismo occidentale), è davvero singolare constatare la coincidenza di veduta di entrambi i “capi” delle due “superpotenze”, sul fallimento, si direbbe, sulla “liquidazione” dell’Unione europea.
Il che ovviamente impatta sull’attuale scacchiere geopolitico che ci mostra il mondo come una polveriera pronta ad esplodere dappertutto e che vede impegnata proprio la Russia, nella parte orientale del continente europeo, nel conflitto bellico con l’Ucraina, a sua volta supportata da buona parte degli Stati europei e dalla precedente amministrazione nord-americana (quella di Biden) nella difesa dei territori rivendicati dai russi e che ricadrebbero nella sua sovranità. Non è tuttavia di questa tremenda vicenda che si vuole qui dire e neppure domandarsi come il Presidente Trump, impegnato in qualità di decisivo “mediatore” tra le due parti in conflitto, pensi di riuscire ad ottenere la fine della guerra, sebbene sia noto come resti certamente essenziale il sostegno statunitense all’Ucraina nella difesa dei territori oggetto della rivendicazione russa.
È invece il caso di ricordare, almeno al Presidente Trump, quale che sia il giudizio che si possa avere sulle scelte o sull’inerzia delle istituzioni europee in merito al conflitto di cui sopra, come la costruzione di una comune casa figlia delle “tradizioni costituzionali” nelle quali si identificano gli Stati che hanno piano piano, progressivamente investito in quella che è oggi l’Unione europea, proprio alla luce delle “scosse” che investono il mondo e non risparmiano, come si è visto, il vecchio Continente, già terreno fertile di esasperazioni nazionaliste che tendono purtroppo a non essere lasciate definitivamente alle spalle (come accade alle pulsioni deleterie da sorvegliare sempre), si dimostra una strada dalla quale non è possibile prescindere. E ciò per una semplice ma evidente ragione che ovviamente non appassiona né Putin né purtroppo lo stesso Presidente Trump: tenere fermi e insuperabili gli argini della democrazia occidentale nella quale non si esercita alcun dominio degli uni sugli altri e dove l’esercizio del potere politico per essere legittimo deve essere regolato, disciplinato alla luce di regole di partenza che sono quelle di natura costituzionale. L’Unione europea è divenuta, lentamente e faticosamente e anche con tutti gli arretramenti e sbandamenti innegabili che si possono sempre evidenziare, almeno se vista dall’alto, una prospettiva ordinamentale andata ben oltre la libera circolazione dei beni, delle persone, del libero mercato e della stessa moneta unica. È altro rispetto ai dazi da subire o da imporre, è il solo antidoto a disposizione delle generazioni future per superare il rischio, oggi come ieri, di visioni anguste, di impulsi prevaricatori e autoritari di chi vorrebbe, nel nome di qualsivoglia ideale giustificativo, esercitare liberamente il potere del comando (siano uomini o Stati o meglio uomini che assumono il governo degli Stati). È il lascito più prezioso di chi rifiuta, su scala planetaria, di considerare, in definitiva, la persona soccombente nei confronti dell’autorità.
Noi siamo diventati l’Europa non solo delle libertà individuali e della libera circolazione dei capitali che pure consentono affari e guadagni, ma della solidarietà e dalla ragione che rigetta lo “scontro” tra civiltà e che non accetta di fare assumere e mantenere il potere politico nel nome di una razza, di una religione, di una ideologia prevalente, in sintesi, della forza bruta che si fa ordine giuridico. Per essere tutto ciò abbiamo imparato ad utilizzare il diritto e ad apprezzare le regole cui ci si deve conformare soprattutto quando si esercitano funzioni pubbliche e si hanno responsabilità di governo della Comunità che si rappresenta, regole al di sopra delle quali non riconosciamo alcuna legittima autorità di governo e sappiamo bene – o meglio molti di noi sanno – che non si tornerà indietro rispetto a questa prospettiva unitaria che rende partecipi di un comune disegno ordinamentale, appunto europeo, che non supera gli Stati ma li armonizza nel nome di una speranza di vita migliore per tutti. Anche senza un esercito comune!