Riflessioni ad alta voce

Il supposto “scontro istituzionale” tra Mattarella e Meloni ovvero il gioco delle parti che piace alla claque

Novembre 23, 2025

di Antonio D’Andrea*

Ma è davvero esistito un “caso istituzionale” che ha coinvolto la Presidenza della Repubblica e la Presidenza del Consiglio a seguito di quello che avrebbe dichiarato, in una cena privata, il consigliere del Capo dello Stato presso il Consiglio Supremo di difesa, a proposito della necessità di provare ad evitare il successo del partito meloniano alle prossime elezioni politiche (destinate a cadere, senza uno scioglimento anticipato delle Camere, alla fine del 2027) così da impedire presumibilmente alla stessa Meloni di ascendere al Colle una volta giunto a scadenza l’attuale mandato presidenziale (gennaio 2029)?
È noto che tale “caso” sarebbe venuto alla luce perché quelle affermazioni sono state riprese con grande evidenza – titolo “sparato” in prima pagina – da un quotidiano con un articolo firmato da un nome di fantasia, che si colloca stabilmente, come si dice in questi casi, nell’area del centrodestra e che simpatizza per il Governo Meloni. A parte il clamore con cui è stata data notizia di quella conversazione tra uno dei consiglieri di Mattarella (già parlamentare del PD e di sicura fede politica, diciamo così, anti-meloniana) e i suoi commensali, lo stesso diretto interessato non ha negato di aver fatto qualche considerazione legata alle prospettive politiche del Paese anche perché probabilmente persuaso della possibile esistenza di una registrazione delle sue parole. In effetti, nel frattempo era pervenuta un’esplicita richiesta del capogruppo alla Camera del partito meloniano nella quale si chiedeva, in realtà non si è capito se allo stesso Presidente Mattarella o al diretto interessato come poi è stato precisato, una smentita di quanto dichiarato e riportato dal giornale. A ciò è seguita una nota del Quirinale che esprimeva “stupore” per un’iniziativa giornalistica definita “grottesca”, l’offerta di dimissioni del consigliere coinvolto nella cena con “chiacchiera sospetta”, le rassicurazioni del Presidente Mattarella al suo collaboratore di continuare a nutrire fiducia nei suoi riguardi e l’invito, pertanto, a restare al suo posto. A conferma del rasserenamento delle relazioni tra il Quirinale e, verrebbe da dire, il partito della Presidente del Consiglio, la quale sino a quel momento aveva taciuto (e ci si chiedeva: silenzio-assenso, imbarazzo o attesa per la reazione altrui?), vi è poi stato un colloquio chiarificatore tra i due Presidenti, conclusosi senza una parola di Mattarella e con una semplice valutazione di inopportunità da parte della Meloni per le considerazioni in pubblico del consigliere della prima carica dello Stato, la quale come già fatto il capogruppo alla Camera del suo partito, confermava non essere mai venuta meno stima e fiducia per l’operato direttamente riconducibile al Capo dello Stato.
In ogni caso, in quelle ore e per qualche giorno, come ovvio, deve essersi “mosso” qualcosa nelle relazioni tra le due cariche di vertice dello Stato che nell’attuale contesto parlamentare nel quale operano hanno necessariamente modo di incrociare le rispettive competenze, ancorché non si perda occasione di insistere da parte non solo di cronisti che si nutrono di indiscrezioni che arrivano copiose dai palazzi romani – ove operano da sempre abili retroscenisti – che sul piano personale i loro rapporti non possono considerarsi eccellenti. Tuttavia, qualche considerazione sulla vicenda può essere fatta proprio perché si è avuta l’impressione che lo “scontro” istituzionale, se così può chiamarsi, è stato più che altro sollecitato all’esterno dei Palazzi coinvolti per ragioni legate davvero a modeste rendite di posizione, che certo non agevolano il buon andamento delle relazioni tra organi diversi, ma destinati a cooperare in passaggi cruciali nel funzionamento dell’ordinamento democratico.
La prima considerazione che verrebbe da fare è quella che ritorna sul voyeurismo giornalistico alla caccia di notizie “succulente” da offrire in pasto ai lettori o spettatori che siano, anche a costo di origliare una conversazione tra amici che si ritrovano per ragioni di passione sportiva (la squadra di calcio per la quale si tifa) e probabilmente, come pure è inevitabile, oltre che delle prospettive legate ai risultati della squadra del cuore, parlano magari anche di quelle politiche, tanto più se tra i commensali si trova una persona che ha vissuto e vive di attività politica in forza della quale si trova ad essere a fianco di chi ricopre un ruolo istituzionale che “confina” e, talvolta, “entra” per mestiere nell’agone politico. Qualcuno può sensatamente ritenere che lo stesso Capo dello Stato, questo o altro poco importa, in occasione dei suoi momenti privati che saranno rari, ma pure ci saranno, una qualche considerazione meno “ingessata” di quelle protocollari non se la faccia scappare? Questo è, tuttavia, il tempo di un’informazione, non solo quella propriamente politica, se non urlata e spericolata dichiaratamente partigiana ancorché spacciata come libera e financo autorevole! Specie quella dei quotidiani della carta stampata, che per dare senso alla loro stentata esistenza hanno estremo bisogno di accorgersi per primi che qualche asino vola nel cielo o quantomeno di scovare complotti da denunciare con toni accattivanti per accarezzare il vello dei “supporter” delle forze politiche e dei loro leader la cui passione, nonostante il crescente astensionismo, a volte va oltre quella patologica degli stessi ultras delle squadre di calcio.
La seconda considerazione riguarda il “gioco” di sponda di chi lucra di suo o tenta di farlo per eccesso di zelo nei confronti del suo “datore di lavoro”: resto convinto che la presa di posizione del capogruppo di Fratelli d’Italia, diretta a chiedere conto se non esplicitamente a Mattarella al suo entourage la smentita di quanto detto e riportato dalla stampa amica, fosse diretta ad acquisire un’ulteriore benemerenza nei confronti della Presidente Meloni sebbene non è detto che ciò sia davvero accaduto.
La terza considerazione riguarda l’irritazione del Presidente Mattarella – se vi è stata davvero per una vicenda da lui stessa definita grottesca – nei confronti della Presidente Meloni rea di non aver impedito per non dire altro, a sua volta, un’esternazione inutilmente polemica di un suo “adepto” che aveva messo nel mirino un suo fidato e sperimentato consigliere per una chiacchiera sfuggita nel corso di una cena privata. Si potrebbe supporre anche in questo caso che quella “irritazione” e la nota della Presidenza della Repubblica fossero richieste a gran voce dai più caldi tifosi di Mattarella (ne esistono in buon numero tra autorevoli notisti non solo della carta stampata e del tubo catodico essendocene tanti ad esempio tra i costituzionalisti). E, in effetti, nell’eccitazione evidente dei quirinalisti, da quella irritazione è scaturito che la Presidente Meloni si decidesse a varcare la soglia del Quirinale e ivi si intrattenesse per una ventina di minuti con il suo inquilino, così narrano le cronache, a parlare chissà di cosa non mancando di certo argomenti più sostanziosi della querelle in via di naturale esaurimento – per inconsistenza materiale verrebbe da dire – e sempre che avessero avuto realmente voglia di confrontarsi.
La quarta, infine, riguarda i due protagonisti che hanno aperto il “caso”: da un lato il consigliere di Mattarella, che aveva espresso conversando con amici una certa opinione – forse traendo qualche spunto anche dalle conversazioni con lo stesso Capo dello Stato, chi può dirlo? – sugli scenari futuri del quadro politico nazionale, e, dall’altro lato, il capogruppo del partito della Meloni, che aveva inteso mettere in luce – forse confrontandosi a sua volta con qualcuno vicino alla stessa Presidente del Consiglio su ciò che era stato riferito dalla stampa amica, chi può dirlo? – la considerazione impropriamente esternata, ma non consentita in virtù del ruolo di supporto svolto accanto a un organo di garanzia super partes tenuto a non fare politica e neppure ad auspicare alcunché in quel campo, off-limits, dunque anche per chi lo accompagna nell’esercizio neutro delle sue funzioni. Ecco questa richiesta di assoluta neutralità politica di tutto l’apparato che fa capo alla Presidenza della Repubblica da pretendere anche quando si cena tra amici è, a mio avviso, la massima espressione possibile dell’ipocrisia istituzionale, tanto più se proviene da un esponente di primo piano di una forza politica che da tempo ne richiede, sia pure agganciandola ad una differente legittimazione popolare, la sua piena trasformazione in senso presidenziale e che annovera tra le sue fila il Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, destinato perciò a supplire per qualsiasi impedimento proprio il Presidente della Repubblica, che spesso sveste i panni istituzionali per indossare, dimostrando di trovarsi completamente a suo agio, quello del militante di partito che parla liberamente a tale titolo senza alcun riguardo per quel che faceva qualche istante prima e che dovrà fare quando ritorna a Palazzo Madama.
Se si pensa poi davvero, con la minima onestà intellettuale, al ruolo svolto effettivamente dal Capo dello Stato nella evoluzione del sistema di governo italiano non ci sarebbe neppure di meravigliarsi troppo di riscontrare qualche partigianeria dal chiaro sapore politico di cui proprio il Governo Meloni dovrebbe essere riconoscente al Presidente della Repubblica in carica: ad esempio, quando malgrado tutto e probabilmente faticosamente mediando non si sa bene come e con chi, vengono emanati decreti-legge pur se sprovvisti dei richiesti presupposti o si promulgano con “riserva” leggi che ben potrebbero essere almeno rinviate alle Camere. O sbaglio?
In questo incomprensibile balletto che purtroppo, tanto per non cambiare le cose, ha investito per qualche giorno le istituzioni di vertice del Paese, tra detto e non detto, tra dover dire e dover tacere, così da non scontentare i rispettivi adepti che pullulano il proscenio dell’informazione politica italiana, la massima simpatia va in ogni caso al consigliere Francesco Saverio Garofani della cui collaborazione il Presidente Mattarella non ha inteso privarsi e che si può ipotizzare alla prossima cena accerterà con più cura di essere capitato in una compagnia più fidata rispetto a quella nella quale si è trovato nell’evocata vicenda, almeno qualora volesse continuare a esprimere il suo legittimo auspicio sul voto politico che prima o poi arriverà a dirci cosa potrà fare in futuro Giorgia Meloni.

*Professore ordinario in Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli Studi di Brescia

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