
Riflessioni ad alta voce
Ci sarà un giudice a Washington
Giovanni Di Cosimo*
I primi mesi della seconda presidenza Trump hanno inferto una serie di violenti scossoni al sistema istituzionale statunitense. Un veloce quadro delle perturbazioni causate dalle politiche presidenziali comprende: l’ampio e arbitrario ricorso agli executive orders; il frequente e improprio richiamo alla logica dell’emergenza; l’incisione di libertà, in particolare di parola e accademica, e anche di diritti, in specie dei migranti; l’attacco alle autorità indipendenti; l’invocazione del terzo mandato laddove la Costituzione pone il limite di due; l’aggressione delle opposizioni politiche; la profonda ostilità verso il dissenso sociale e le manifestazioni di protesta (per maggiori dettagli si può vedere qui).
In controluce si intravede nitidamente il disegno di concentrare nelle mani del presidente molto potere di cui, oltretutto, si pretende di fare un uso spesso arbitrario. Alcuni tratti erano già emersi durante il primo mandato, ma ora il progetto viene perseguito con maggiore determinazione e con nuovi mezzi. Assai più controverso è se sia compatibile con la separazione dei poteri e con l’equilibrio fra di essi, oltreché con le libertà e i diritti costituzionali.
Quel che è certo è che il compito fondamentale di contenere un simile progetto all’interno del perimetro costituzionale spetta al sistema dei check and balances. In prima linea nel fronteggiare le azioni presidenziali si trovano naturalmente i giudici. Sono numerosi ormai i ricorsi contro gli executive orders presidenziali che toccano una pluralità di questioni. Mentre alcune decisioni hanno giudicato illegittimo l’atto presidenziale impugnato (ad esempio in materia di immigrazione), altre hanno invece avallato la decisione del presidente (per esempio in merito allo schieramento della Guardia Nazionale a Portland).
È ancora presto per tentare un bilancio, ma può essere utile richiamare l’attenzione sullo sfondo problematico in cui si inscrive il controllo giudiziale. Da questo punto di vista, le discusse azioni presidenziali cadono in un contesto già deteriorato a causa di due aspetti.
In primo luogo, sono cresciuti in modo preoccupante i rischi per l’indipendenza dei giudici e quindi per lo stato di diritto. Lo segnala fra gli altri il presidente della Corte suprema Roberts nel suo rapporto di fine anno, dove osserva che «anche i titolari di cariche pubbliche hanno recentemente tentato di intimidire i giudici, ad esempio suggerendo un pregiudizio politico nelle sentenze sfavorevoli dei giudici senza una base credibile per simili accuse».
In secondo luogo, il rapporto fra politica e giurisdizione è divenuto assai più conflittuale per via dell’aumentata polarizzazione del sistema politico.
Ne è seguita una tendenza all’iper-politicizzazione delle procedure di nomina a partire da quelle dei giudici della Corte suprema. Tendenza che l’attuale presidenza asseconda ed estremizza. E la situazione si è ulteriormente complicata proprio con Trump II che ha provocato altre tre criticità.
Intanto, il depotenziamento dell’azione di contenimento giudiziale, che consegue alla decisione della Corte suprema secondo cui le corti federali non possono emanare universal injunction volte a bloccare su tutto il territorio nazionale gli executive orders.
Inoltre, la scelta di andare allo scontro frontale con i giudici. Ad esempio, il presidente ha
invocato addirittura l’impeachment per un giudice, reo ai suoi occhi di aver giudicato illegali le modalità di espulsione di immigrati irregolari. È dovuto intervenire il presidente Roberts ricordando come storicamente «l’impeachment non sia una risposta appropriata al disaccordo riguardante una decisione giudiziaria, per cui esiste il processo di revisione in appello». Un altro esempio è l’iniziativa del Dipartimento di Giustizia di citare in giudizio tutti i giudici dei tribunali distrettuali federali del Maryland in conseguenza di una decisione in materia di immigrazione. L’azione ha inevitabilmente assunto il significato di un attacco all’indipendenza della magistratura. Infine, l’uso politico della giustizia da parte del Dipartimento allo scopo di attaccare gli avversari del presidente.
*Professore ordinario di Diritto costituzionale e pubblico nell’Università di Macerata.